<<C’è una terra in Sicilia, là dove il sole raggiunge il suo apice nel quotidiano cammino e accompagna per mano verso la frescura della sera, che accoglie il viaggiatore con la veste di uno spazio indefinito: anziane montagne, morbidamente ingobbite, riposano ai margini del paesaggio; colline, meno vetuste ma dalla pelle brulla, si lasciano abitare fittamente da alberi di ulivo e tralci di vite a cui chiedere linfa per conservare la forza e nutrire l’ebbrezza, e declivi rocciosi mutano in polvere le estreme propaggini quando giungono a contatto con il freddo abbraccio del mare, mentre le strade degli uomini si aprono silenti tra i luoghi dove gli uomini sono radi e stupiscono gli occasionali animali e il frinire degli insetti. Queste strade sono percosse di colore che incitano i sensi, e un invito di cespugli a trovare un riparo dagli occhi che non si incontrano, e sull’orizzonte il profilo sempre incerto delle dune rassicura che il mondo non finisce perché il vento che carezza loro il capo arriva sempre da lontano. Qualcuno potrebbe chiedersi se esiste davvero questa terra e abbia questi connotati, o non si voglia suscitare alla mente una creazione mitopoietica. Non io me lo chiedo, i miei occhi conoscono bene e sono fucina di memoria; ma chi pretendesse una risposta sicura può cercarla tra i versi di Antonio Clemente, che guida il lettore verso la “Terra di nessuno”. La Terra di nessuno è, innanzitutto, un luogo fisico, evocato e rimpianto, un luogo amato dal mare e dal sole, dove l’estate è stagione e dimensione esistenziale a cui si legano i ricordi e il sentimento della lontananza. Il connubio tra dimensione fisica e dimensione spirituale rende il paesaggio concreto nella percezione sensoriale (al suono stridulo e lancinante di grilli e cicale/ tra le autoclavi/ accese e le zanzare) e indistinto di luce abbacinante (un raggio/ di luce abbagliante/ discende fitto/ ma delicato/ nella mia penombra/ accecandomi l’anima), e il poeta accosta il proprio stato emotivo e sentimentale all’osservazione della realtà circostante, animandola del proprio sentire (nella disperazione/ di campi trebbiati/ o nelle brughiere/ […]/ ho udito canti e lamenti/ antichissimi/ e incomprensibili/ a causa del forte rumore/ del cuore e del mare/, penso ad un luogo/ eterno, irreale/ illuminato/ da un sole tenue/ […]/ che mi rivela/ l’ambiguo profilo/ di qualche rudere/
[…]/ di una bellezza/ quasi allarmante,/ da cui proviene/ un flebile canto/ impercettibile/ se non dal cuore). Il lessico del poeta è semplice e misurato sulla realtà descritta, perché essa risulti familiare al lettore, e sui sentimenti provati perché il lettore li avverta nell’immediatezza dell’espressione. I luoghi in cui il poeta si muove sono presentati come legati a una immutabile fissità che rinchiude il ritorno del tempo in una scansione ciclica degli eventi (nell’ombra densa/ di grandi verande/ pregne di un fresco calore/ intimo e mistico/, accadono eventi/ tra le ore infinite/ di giorni deserti/ come piazze magiche/ […]/ e che ci proiettano/ fuori dal tempo), e le figure umane che li popolano si trovano incastonate in quella cornice temporale, come se non esistessero al di fuori di essa (fanciulle bellissime/ […]/ canticchiano/ […]/ motivetti frivoli/ che si armonizzano/ al dolce suono/ delle canne al vento./ Anziane donne,/ sedute, immobili,/ osservano l’aria passare/ […]/ finché tutto si fonde/ in un istante eterno/ scandito soltanto/ dallo sciabordio/ delle onde). Alcune figure femminili e personificazioni si stagliano con un profilo più consistente per il dialogo che il poeta intrattiene con loro: e, tuttavia, in quanto volti emersi dal flusso dei ricordi, rimangono concluse nei medesimi luoghi alla cui natura, meno solare che in precedenza, si comparano i moti interiori (i tuoi occhi/ piangono lacrime/ così come il cielo/ piove in estate/, non so che pensarti/ osservando la tua fosca luce/ dal mio cupo abisso/, somigli alle nubi/ cupe e silenziose/ ed io son la pioggia/ che tieni e sprigioni). Solo rimane sempre vivida e certa la voce del poeta che parla di sé ora come individuo singolo, ora come parte dell’umanità tutta di cui si riconosce la piccolezza e la finitezza (un ricordo sbiadito dell’eternità). La Terra di nessuno non è solo un luogo fisico. E’ anche fondamentale metafora di uno spazio di tregua, di interruzione di un conflitto di cui il poeta avverte lo svolgimento tra sé e la realtà che lo circonda. I versi si fanno ora dolenti (spesso la solitudine/ mi ha fatto provare ciò/ che gli altri mai/ potranno capire), ora esprimono indignazione nei confronti della vacuità di un mondo che capovolge il valore profondo della vita umana e immerge le forme dell’esistenza nella sua bruttura (Di fronte al dio denaro/ si inchinano i potenti,/ […]/ Al suo cospetto/ i saggi diventano folli,/ […]/ Perfino l’amore/ è un’idiozia da niente/ di fronte al dio dorato/, Illudersi/ di esser diversi/ da questo marasma/ di vite morte,/
mentre i nostri occhi/ guardano ancora/ molto lontano/ […]/ malgrado un mondo/ cosi cattivo./, Mi accorsi/ che non ci sarebbe/ bastato morire/ per dimenticare/ quell’immane orrore/ che, da dentro noi,/ si rifletteva intorno). C’è un filo preciso che lega la prima parte della silloge all’ultima: da componimenti in cui il conflitto verso l’esterno appare come urlato in versi frantumati e scarni (Di umore nero,/ vorrei trasbordare/ la mia noia/ delirante/ fino ai margini/ estremi/ di questa/ ridicola,/ assurda realtà,/ per vomitare,/ una volta/ per tutte,/ il mio sdegno/ e disgusto/ per la società/ putrefatta) si digrada verso un atteggiamento di rivolta misto a rassegnazione (frasi, gesti, e odori/ inghiottiti per sempre/ dall’oblio, fatale, delle cose,/ svaniti nel gorgo/ di ogni rinuncia,/ […]/ nell’eterna lotta/ tra necessità e voglia) e, nel tentativo di rintuzzare i colpi di questa lotta, si scorgono chiari anche i segni di un dissidio interiore e l’anelito di mantenere saldamente ciò che conferisce quiete ai moti dell’io (nel buio del cuore, non ho che la luce/ celeste dei tuoi occhi/ e vorrei che potesse/ brillare più forte/ e riaccendere il mondo/ di gioia e bellezza.) mentre fuori forme di degrado morale e spirituale sembrano prevalere (riempi i polmoni/ chiudendo gli occhi/ e non vedi più il vuoto/ in cui stai urlando/ e consumando/ ossigeno e tempo). Ma si continua anche nella rassegnazione a coltivare amore, che si rende concreto nei versi rivolti a quelle figure di donne che popolano la silloge, e si continua a vivere pur nella consapevolezza della fatica della vita che riduce a volte a “un vecchio vestito,/ un tempo sfoggiato/ […]/ e adesso stretto,/ sporco e sgualcito,/ pur sempre unico”, e si continua a sperare nella consolazione dell’arte, sulla cui utilità si interroga il poeta e che suggerisce bellezza e ne alimenta il desiderio, anche se si è costretti a “Remar controvento/ come un vecchio/ in mezzo al mare/, anche se si ha davanti una strada “tortuosa e in salita, la sola possibile/ […]/ Unica scelta tra andare o fermarsi/ e volare>>.

Prefazione a cura del prof. Emanuele Lanzetta.

N,d,a: Il libro “Terra di nessuno” è disponibile. Per ricevere una copia a mezzo posta se ne può fare richiesta direttamente all’autore scrivendo all’indirizzo clemente.cantautore@gmail.com, o contattando l’editore Antonio Liotta, oppure tramite il sito web della casa editrice medinova.

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